7 Transizione ecologica

Transizione ecologica cosa significa? Con questa espressione si intende il passaggio o la trasformazione da un sistema produttivo intensivo e non sostenibile dal punto di vista dell’impiego delle risorse, a un modello che invece ha nella sostenibilità, ambientale, sociale ed economica, il proprio punto di forza.
Oggi la transizione ecologica è al centro del dibattito politico e dei progetti di molti tra i più importanti Stati d’Europa e del mondo. L’obiettivo è quello di realizzare un processo di cambiamento, un rilancio dell’economia e dei settori produttivi all’interno di un quadro delineato e ben definito che metta al centro la tutela e il rispetto dell’ambiente.
Tale mission consentirà un contrasto efficace alla crisi climatica, diventata un’emergenza stringente e non più rimandabile, la riduzione della dipendenza energetica dai paesi esteri e dalle fossili, nonché un argine al dilagare degli squilibri sociali evidenziati ancora di più dal protrarsi della pandemia, che ha ridisegnato e modificato abitudini e quotidianità di tutti noi. Questo passaggio avverrà attraverso progetti, di vario tipo, che andranno ad impattare sia sull’essere umano, sia sull’ambiente, definendo uno stile di vita non solo indirizzato verso l’ecosostenibilità ma anche più economico.
Nel febbraio 2021, nasce ufficialmente in Italia il Ministero della Transizione Ecologica  che si occupa (occuperà) delle risorse che garantiranno una tutela del territorio, dell’ambiente, del mare e delle politiche energetiche: il bilancio e la strategia energetica nazionale; le infrastrutture energetiche; la promozione delle energie rinnovabili; lo smantellamento di impianti nucleari dismessi; la riduzione delle emissione dei gas a effetto serra; il mercato del gas italiano; lo stoccaggio del gas naturale; l’estrazione degli idrocarburi: il mercato e gli impianti petroliferi…
Stiamo parlando di molte ed importanti competenze e di molti fondi. Di una possibilità unica, in questa fase, di cambiamento radicale di una vocazione industriale, una politica nuova di attenzione finalmente al territorio, alla terra, ai suoi tempi e, di conseguenza, alle persone. Una transizione che pone al centro la persona non può che essere una transizione di pace e giustizia sociale. .

VALORI DI RIFERIMENTO 

La cura del bene comune, la transizione, vera verso un mondo più giusto perché frutto di uno sviluppo dai contorni nuovi è tema ben presente nelle ultime encicliche di Papa Francesco e in altri testi recenti. Anche tutto il cammino di avvicinamento alle giornate di Taranto fa esplicito riferimento valoriale al tema della transizione:
“…La speranza che ci muove alla cura del bene comune si sposa – sottolinea l’Instrumentum Laboris – con un forte senso di urgenza: occorre contrastare, presto ed efficacemente, quel degrado socio-ambientale che si intreccia con i drammatici fenomeni pandemici di questi anni. Il cambiamento climatico continua ad avanzare con danni che sono sempre più grandi e insostenibili. Non c’è più tempo per indugiare: ciò che è necessario è una vera transizione ecologica che arrivi a modificare alcuni presupposti di fondo del nostro modello di sviluppo”
Viviamo, dunque, un cambiamento d’epoca, se davvero sappiamo leggerne i segni dei tempi. Di qui l’invito a una transizione che trasformi in profondità la nostra forma di vita, per realizzare a molti livelli quella conversione ecologica cui invita il VI capitolo dell’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Si tratta di riprendere coraggiosamente il cammino, lasciandoci alle spalle una normalità con elementi contraddittori e insostenibili, per ricercare un diverso modo di essere, animato da amore per la terra e per le creature che la abitano. Con tale transizione diamo espressione alla cura per la casa comune e corrispondiamo così all’immagine del Dio che, come un Padre, si prende cura di ognuno/a.
La transizione ecologica è “insieme sociale ed economica, culturale e istituzionale, individuale e collettiva” (IL, n. 27), ma anche ecumenica e interreligiosa. È ispirata all’ecologia integrale e coinvolge i diversi livelli dell’esperienza sociale che sono tra loro interdipendenti: le organizzazioni mondiali e i singoli Stati, le aziende e i consumatori, i ricchi e i poveri, gli imprenditori e i lavoratori, le nuove e vecchie generazioni, le Chiese cristiane e le Confessioni religiose… Ciascuno deve sentirsi coinvolto in un progetto comune, perché avvertiamo come fallimentare l’idea che la società possa migliorare attraverso l’esclusiva ricerca dell’interesse individuale o di gruppo. La transizione ecologica presuppone un nuovo patto sociale, anche in Italia.
Per realizzare tale transizione sono molti i piani su cui agire simultaneamente. Occorre, da un lato, approfondire l’ “educazione alla responsabilità” (IL, n. 38), per un “nuovo umanesimo che abbracci anche la cura della casa comune” (IL, n. 17), coinvolgendo i molti soggetti impegnati nella sfida educativa. C’è innanzitutto da ripensare profondamente l’antropologia, superando forme di antropocentrismo esclusivo e autoreferenziale, per riscoprire quel senso di interconnessione che trova espressione nell’ecologia integrale, in cui sono unite l’ecologia umana con l’ecologia ambientale.


PER RIFLETTERE E PROPORRE 

“Obiettivo prioritario del PNNR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è la transizione ecologica, al quale secondo la Ue deve essere dedicato almeno il 37 per cento del totale dei fondi.” i capitoli fondamentali sono: l’agricoltura sostenibile, le energie rinnovabili, l’abbattimento della CO2 superando il carbone, un grande piano di investimento per l’idrogeno, la mobilità anche locale sostenibile, la riqualificazione energetica.
Cosa possiamo ipotizzare/fare sul nostro territorio? Quali suggerimenti, quali suggestioni per una realtà che, nel corso degli anni ha perso, senza adeguati cambiamenti, una parte consistente del proprio tessuto industriale. Forse questo territorio ha una occasione unica di cambiamento sia pure non immediato.
1. Quale agricoltura può sposare appieno i temi della transizione ecologica? Occorre favorire e anzi creare adeguati strumenti legislativi per favorire nuove forme anche associate di agricoltura sostenibile? Come farlo, con quali esempi virtuosi? Con quali possibili intrecci con l’agricoltura tradizionale, intensiva, poco attenta all’ambiente che pure ancora caratterizza il nostro territorio?

2. Quali comparti/settori economici immaginare/sostenere per il nostro territorio? La vocazione di “satellite” dell’industria dell’auto, sembra ormai un residuo di un’altra stagione. E’ davvero così oppure occorre ripensare anche il settore dell’automotive in termini di rispetto dell’ambiente, di nuove sfide energetiche, di nuovi modelli industriali? Quale scenario potrà davvero favorire Asti e il suo territorio?

3. La vocazione turistica, di cui tanto si parla, spesso in termini fin troppo entusiastici, può essere davvero l’elemento di novità che sposa un nuovo modello di sviluppo. Come, dove, in che maniera coniugare nuovo turismo (territorio UNESCO, turismo enogastronomico..) con gli elementi della transizione ecologica. Quando, con quali cambiamenti (radicali) potremo presentarci anche ai turisti come un “territorio armonico” dove sviluppo dell’agricoltura, tenuta del tessuto industriale, artigianale, commerciale e attenzione all’ambiente e alle comunità che lo abitano saranno il frutto maturo della transizione ecologica made in Asti?

4. Infine, quali responsabilità e quali obiettivi vanno “scritti” “definiti” dalle pubbliche amministrazioni? Quale amministrazione vogliamo per Asti?

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